Intervista a Morgan Llywelyn
Oggi esce la riedizione de L’orgoglio dei leoni della grande scrittrice Morgan Llywelyn!
Nata a New York da genitori irlandesi, Morgan Llywelyn vanta un passato da atleta. Nel 1975, abbandonata l’equitazione, ha deciso di dedicarsi alla sua antica passione, la narrativa storica e fantastica, esplorando a fondo le vicende della sua famiglia che diventeranno il materiale del suo primo successo, Il vento di Hastings.
Tra gli altri grandi successi dell’autrice si ricordano: Il leone d’Irlanda, L’Epopea di Amergin, Grania, L’ultimo principe, Finn Mac Cool, tutti pubblicati in Italia dall’Editrice Nord.
In occasione di questa uscita, vi proponiamo una intervista rilasciata dall’autrice al portale editoriale Infinite Storie che si occupa di cultura.
Buona lettura! ![]()
L’esistenza della celtica Epona e della sua tribù viene sconvolta dall’inaspettato incontro con un piccolo gruppo di guerrieri: i formidabili e spietati Sciti del Mare d’Erba guidati dal valoroso Kazhak. Il contatto fra due civiltà così radicalmente diverse sarà gravido di conseguenze e lascerà un segno profondo sia nei Celti delle Montagne Blu sia nei bellicosi nomadi delle steppe. Nel romanzo La dea dei cavalli Morgan Llywelyn racconta con la meticolosa precisione dello storico e la sensibilità della narratrice di classe la vicenda di un amore difficile e controverso, ostacolato da ferree tradizioni e da barriere culturali quasi insormontabili. Epona appartiene ai Celti, un popolo da sempre abituato a una vita sedentaria, educato al rispetto per l’ambiente e dotato di una singolare familiarità con il mondo degli spiriti. Lo scita Kazhak è invece un nomade senza radici, per il quale la conoscenza delle arti magiche e la ricerca di un equilibrio con la natura non rivestono alcuna importanza. L’autrice ha cortesemente risposto a qualche nostra domanda sull’universo di questo suo romanzo.
D. Il motivo dello scontro fra civiltà diverse è di grande attualità. Ritiene che ci siano differenze tra la situazione odierna e quella dei secoli scorsi?
R. Pochissime. Le lotte di oggi sono fondamentalmente le stesse del passato. È inevitabile che sorgano aspri conflitti nel momento in cui popoli provenienti da diverse culture si incontrano. In quanto esseri umani, noi siamo portati a pensare di avere sempre ragione. Ed evidentemente, se noi abbiamo ragione, sono gli altri ad avere torto. È una caratteristica ineliminabile della natura umana. In questo libro Epona pensa di essere nel giusto, e Kazhak è altrettanto certo che la libertà di cui lei gode sia dannosa. Noi non siamo mai stati tolleranti e non lo possiamo essere neppure adesso: le differenze costituiscono una grave minaccia perché ci fanno interrogare su noi stessi. Ci fanno sorgere dubbi.
D. Realismo e magia, dimensione storica e fantastica si fondono in modo armonico nel suo romanzo. Le riesce naturale intrecciare i due ambiti?
R. Nella mia testa è molto facile conciliare questi due mondi. Ma è difficile esporlo nella lingua scritta. Quando io scrivo di culture antiche dominate da spiritismo e magia, devo credere anch’io a quella magia. Soltanto se riesco a convincere me stessa, posso convincere i lettori. Se io credo veramente che il druido Kernunnos fosse in grado di trasformarsi in un lupo, a quel punto lo crederete anche voi. I romanzi di Tolkien hanno successo perché Tolkien credeva a ciò che narrava. Non si tratta di “fantasia”. È qualcosa che trascende la fantasia e finisce per diventare un’altra realtà: è la rappresentazione di un altro punto di vista sul mondo.
D. Quanto tempo dedica alla ricerca di documenti storici e quanto invece alla stesura del romanzo vero e proprio?
R. Io parto sempre dall’archeologia e dalla storia. Lo studio dei fatti storici è centrale nel mio lavoro. Soltanto in un secondo momento può nascere l’idea del racconto. Non parto mai dalla trama per poi costruirle intorno la cornice storica, proprio perché le persone vengono formate dagli eventi. Ciò che spesso mi sorprende durante le mie ricerche è scoprire il numero impressionante di cose che conosciamo di queste antiche culture. Tengo a fare una precisazione a questo proposito. Prima della stesura del mio libro, ho trascorso parecchie settimane a Hallstatt, nelle Alpi Austriache, e ho visitato la ricostruzione di un villaggio celtico. Nello stesso periodo ho saputo dell’allestimento di una mostra sugli Sciti. Mi sono messa d’impegno e ho studiato entrambe le culture. Ciò che ho visto con i miei occhi mi ha dato l’ispirazione per il romanzo. Non c’è dubbio che dall’incontro di due culture sia nato qualcosa di superiore a entrambe. Questa è stata la scintilla.
D. È corretto definire La dea dei cavalli un romanzo sulla libertà?
R. Certamente. Fino al contatto con gli Sciti, i Celti avevano dimorato in luoghi ristretti e limitati. L’uso del cavallo ha permesso però un notevole allargamento degli orizzonti. Il movimento è libertà, e nella loro arte i Celti hanno sempre cercato di esprimere questo concetto. È parte di noi. La nostra essenza più profonda. E tutto è partito quando una cultura di tipo nomade si è incontrata con una cultura “statica”. Da allora abbiamo continuato incessantemente a combattere per la libertà.
D. Immagino che in lei sia scattato un forte meccanismo di identificazione con la protagonista del romanzo. Sbaglio oppure l’euforia che prova Epona quando cavalca con i capelli al vento nel Mare d’Erba è la stessa che sperimenta lei nel momento in cui scrive?
R. Esattamente la stessa. Io provo un senso di esaltazione quando posso immedesimarmi in un personaggio. Ma le dirò di più. Io non sono solamente Epona. Sono Kazhak. Sono il druido. Sono persino lo stallone grigio. Adoro la sensazione di provare i sentimenti e le emozioni dei miei personaggi. Il mio è una sorta di viaggio nel tempo. I miei romanzi sono racconti dal fronte. Sono “corrispondenze di guerra”. Io sono in prima linea e osservo. Adoro questo tipo di sensazione.
D. Un’ultima curiosità. Nel romanzo ci sono due scene molto “dure”: mi riferisco al brutale rito di iniziazione a cui viene sottoposta Epona e al sacrificio umano di Brydda. Riesce a conservare intatta la sua ammirazione per i popoli antichi senza lasciarsi condizionare dal nostro sistema di valori che condanna simili atti?
R. Scrivere significa capire l’opinione di quei popoli. Addentrarsi in quella realtà. Io ho cercato di accettare ciò che per loro era la normalità. Sono stata costretta a diventare tollerante. Se guardiamo le cose dalla loro prospettiva, tutto ci apparirà meno aberrante. I Celti credevano nell’immortalità dell’anima, quindi il sacrificio umano era semplicemente la soppressione del corpo fisico. Anche il rituale della deflorazione obbedisce a un’esigenza precisa: era importante che la donna ricavasse piacere dal suo primo rapporto con l’uomo, e si voleva impedire l’identificazione dell’atto sessuale con il dolore.
Intervista a cura di Marco Marangon





















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Wow che bella sorpresa!!!!!! L’intervista alla Dea del Romanzo Storico!!! Grazie Kiaraaaaaa!!!!!!!!!!!!
Spero sempre che venga nuovamente in Italia! incrociamo le dita cicci!
un altro libro assolutamente da leggere!eeeeh….(sospirone)….
ehi…sempre troppi!
Che dire…questa donna è veramente un mito…grazie di cuore cara Morgan per tutte le emozioni che riesci a regalarci con i tuoi fantastici libri!!!
è davvero una grande!e pensare che è arrivata quasi per caso a interessarsi alle sue origini celtiche!