Intervista a Shanna O’Manley parte I

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La leggenda dei cinque ardentiSiamo felici di annunciarvi che abbiamo intervistato per voi la scrittrice Shanna O’Manley, autrice di La leggenda dei cinque ardenti, edito da Armenia.

Irlandando: Shanna O’Mannley si è affacciata nel panorama letterario italiano. Ma dietro si cela Debora Vannini … chi è veramente? Come mai la scelta di uno pseudonimo?
Shanna O’Manley: Ho sempre abitato vicino a Firenze, dove sono nata e dove ho studiato, laureandomi in Lettere. Oltre a scrivere dipingo a olio, ma in pittura i miei soggetti sono decisamente opposti a quelli della scrittura perché lavoro esclusivamente  dal vero dipingendo ritratti, paesaggi, nudi e nature morte. Da qualche anno mi sono trasferita in una casa nel bosco dove ho anche la terra per coltivare un orto.  Lo pseudonimo mi è stato richiesto dalla casa editrice per motivi commerciali, il genere fantasy in Italia vende sopratutto se è stato prodotto all’estero, da qui la necessità di un piccolo camuffamento… Certo fa parte del gioco, se si pensa che in fondo gli stessi protagonisti del libro non si chiamano Gino e Pia e non vivono a Frittole! Inoltre avere una doppia identità è divertente e sono molti gli scrittori, italiani o stranierei, che scelgono di cambiarsi il nome, (mi viene in mente ad es. Fred Vargas), forse per creare un po’ di mistero!


I: Pittrice, scrittrice, artigiana, ma sempre chiusa in un micro-mondo tutto tuo…come mai questa scelta? A contatto con la natura e lontano dai ritmi delle città… Raccontaci delle tua passioni quotidiane…
O: Non so quanto si possa parlare di una scelta, forse è più un mio modo di essere, una tendenza personale. Sicuramente mi è sempre piaciuto lavorare in quella concentrazione che solo la solitudine consente, però ciò non implica necessariamente una chiusura, anzi, viene naturale alternare i momenti e ricercare la compagnia, le discussioni, il confronto e gli stimoli dall’esterno. Vivendo in campagna per me è meno faticoso prendere la macchina e scendere in paese o in città piuttosto che viverci tutto il giorno. In primavera ed in estate lavoro molto all’aria aperta, coltivo un piccolo orto per avere verdura fresca, biologica e soprattutto per non inquinare perché così evito il trasporto, l’imballaggio, il rivenditore… Inoltre lavorare la terra regala una soddisfazione profonda.

I: Da cosa deriva il tuo pseudonimo? Abbiamo letto che nasce da un’esperienza in Irlanda. Ci racconti cosa ti è rimasto maggiormente nel cuore della verde Erin e come mai hai deciso di portarla addirittura nel tuo mondo letterario?
O: Il mio pseudonimo ha voluto rifarsi a quel mondo che tanto ha stimolato la mia immaginazione, ovvero quello irlandese. Per Shanna avevo in mente il fiume Shannon che attraversa l’Irlanda e O’Manley mi ricordava il nome di Grania O’Malley, le cui gesta sono narrate nel romanzo di Morgan Llywelyn, una delle mie scrittrici preferite. Sono sbarcata in Erin spinta dalla curiosità di visitare un luogo di cui avvertivo una profonda nostalgia pur senza esservi mai stata prima… E’ stata un’esperienza particolare, mi è sembrato quasi di tornare finalmente a casa.

I: Nel tuo romanzo ci sono elfi e bardi, figure molto presenti nella tradizione mitologica irlandese…è un caso?
O: No, ovviamente non è un caso. Mi attrae quella mitologia irlandese che riguarda i Tuatha de Danan, la popolazione che viveva in Erin prima dell’arrivo delle tribù celtiche e che si sarebbe fusa anima a spirito alla terra stessa, per non venirne mai scacciata. La trovo meravigliosa. Da questa misteriosa popolazione, impregnata di magia e capace di vivere in profonda armonia con il mondo, sono nate le leggende sugli elfi, sui folleti e su tutte quelle sfuggenti creature che popolano i sentieri ed i boschi d’irlanda.
Anche i bardi mi hanno sempre affascinata, soprattutto per la loro capacità di creare un collegamento tra l’uomo e i regni altri, accompagnata spesso dall’inquietudine del perenne viaggiatore. Per i druidi la realtà, il mondo, si divide in tre parti: l’uomo, la terra e il mondo degli spiriti. I bardi con la loro musica hanno il potere di mettere in contatto queste diverse parti dell’esistenza, oltre ad essere una memoria vivente dei racconti e delle gesta del loro popolo. La musica tradizionale irlandese, che di certo porta l’eco della voce dei bardi, è uno stimolo eccellente all’immaginazione, ed ha dei ritmi talmente coinvolgenti che potrebbe far danzare persino i sassi… forse cela e conserva il preistorico segreto che ha permesso d’innalzare i grandi dolmen e i menhir.

I: Da cosa nasce la tua passione per la scrittura e soprattutto come mai proprio il genere fantasy?
O: Scrivere, e dunque leggere, consente di scoprire, di mettere a fuoco quello che si ha dentro come quello che ci circonda, è prima di tutto un viaggio di ricerca. Il genere fantasy mi piace perché non pone limiti all’invenzione consente di maneggiare i personaggi più folli e strampalati, negli ambiente più vari, insieme a bestie strane e di andare a prendere in mano archetipi e simboli. Credo che sia proprio una questione di gusto: mi piace enormemente scrivere e leggere di elfi, draghi, maghi e guerrieri!

Debora Vannini in arte Shanna O'ManleyI: Quando hai capito che scrivere sarebbe stata la tua più grande passione? E quali autori hanno formato la tua penna?
O: Ho ricordi di racconti e di diari molto vecchi, credo che la scrittura mi abbia sempre accompagnata. Moltissimi autori mi hanno formata e penso che qualunque cosa che si legge, anche se non ci piace, finisce poi in qualche modo per influenzare la penna. Sicuramente tutte le favole classiche, Michael Ende, Tolkien, Italo Calvino e M.Zimmer Bradley mi hanno appassionata alla letteratura fantastica, formando il mio gusto in quella direzione.

I: Nel tuo romanzo c’è una lotta antica, tra la luce e la tenebra, il bene e il male… quanta influenza ha avuto Tolkien sulla tua formazione letteraria?
O: In realtà il contrasto può apparire all’inizio, ma poi si scopre che le cose sono assai più complesse che luci e ombre non hanno i contorni netti, (come invece ad es. in Tolkien), ma che piuttosto sfumano le une nelle altre e si mescolano. Credo che i personaggi, e dunque l’umanità a cui sempre s’ispirano, siano assai più complessi, stratificati e interessanti e che non sia possibile dividerli in buoni e cattivi. Comunque Tolkien è stato un modello e uno stimolo a scrivere. L’ho scoperto al liceo, quando la ragazza che sedeva nel banco davanti al mio arrivò un giorno con quel librone e quella misteriosa mappa che usciva dalla copertina… Lo comprai,  lo lessi e mi venne voglia d’inventare un mondo simile a quello, un universo intero racchiuso nello spazio di un libro.

I: La leggenda dei cinque ardenti avrà un seguito? E cosa rappresentano veramente?
O: Il seguito del primo libro è già pronto e sto scrivendo anche un terzo libro perché la storia mi si è dipanata in parecchie direzioni diverse e non potevo concluderla in uno o due volumi. Gli Ardenti sono persone che attuano su di sé una trasformazione profonda per mezzo del fuoco e questo consente loro di avere accesso ad una fonte ancor più grande di forza.

I: Quanta importanza ha la simbologia nei tuoi romanzi e quali sono le tue fonti di ispirazione?
O: Il simbolo serve a rappresentare ciò che non può essere detto per intero, offre una metà da completare e dunque stimola il pensiero, e forse ancora di più l’intuizione, di chi vi si confronta. E’ uno strumento potente che mi piace usare, anche se con parsimonia e magari nascondendolo ad una lettura superficiale.

L’intervista non è finita… ;)

Continuate a seguirci!

Pubblicato il 17 febbraio 2009 in Interviste     Argomenti: , ,
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