Recensione Galeotto fu il libro

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Israel, il “quasi” trentenne bibliotecario ebreo vegetariano proveniente da Londra, vive ancora a Tundrum, un piccolo e sonnacchioso villaggio della costa di Antrim, in Irlanda del Nord, continua a dormire dentro a un vecchio pollaio trasformato in camera in affitto e a essere vessato dal suo capo Linda, Facilitatore della Comunicazione Culturale e unica donna asiatica-irlandese lesbica della città e dallo scontroso quanto incomprensibile autista del bibliobus Ted.

Ma qualcosa è cambiato: Israel non mangia più, è dimagrito vertiginosamente, porta con sé un barba lunga e disordinata, vive nel ricordo di Gloria, la fidanzata storica e letteralmente “invisibile” che lo ha lasciato senza una spiegazione, crogiolandosi nella consapevolezza della sua misera esistenza e nella delusione delle sue aspettative infrante.

La cinica ironia dello scrittore Ian Sansom, che punta il dito sui difetti delle piccole città dell’Irlanda del Nord come le limitate vedute dei suoi abitanti e il loro incomprensibile modo di parlare, il provincialismo e l’esagerato puritanesimo della comunità, si arricchisce di una nota malinconica che stempera le gag e i momenti comici del romanzo.

Galeotto fu il libro è sicuramente il romanzo più completo e complesso della serie del bibliobus. Anche in questo caso il giallo su cui verte la trama è in realtà solo un pretesto per indagare sugli animi umani e questa volta l’autore apre piccoli spaccati sui drammi interiori e sui sentimenti di personaggi marginali che acquisiscono forza e dimensione: la giovane fattrice George, dura e tagliente come la pietra, si rivela fragile davanti a un destino predestinato contro cui non ha la forza di combattere, l’anziano intellettuale Pearce, che sulla soglia della demenza senile si rifugia nel mondo dei libri come antidoto al declino, il politico locale Maurice Morris calato perfettamente nella figura stereotipata dell’uomo vincente, il Reverendo Roberts, con la sua visione disincantata della religione e della missione un pò sbiadita di parroco.

In questo romanzo conosciamo meglio lo stesso Isreal: l’autore gioca meno sugli stereotipi divertenti che avevano animato i precedenti libri e si concentra su aspetti più incisivi. Lo vediamo bambino, a scontrarsi con le difficoltà e il senso di vuoto lasciato dalla perdita del padre e il suo rifugiarsi nel mondo rarefatto dei libri in cui il dolore non lo può raggiungere. Forse proprio da qui inizieranno le sue delusioni e il dramma di un’esistenza vuota alla perenne ricerca di uno scopo. Israel si scontra con le opportunità che la vita concede e quelle che nega, le aspirazioni, le disillusioni e il conseguente senso di inadeguatezza:  rappresenta un’intera generazione bloccata e cristallizzata in un’esistenza senza traguardi nel perenne tentativo di raggiungere la visione ideale che ognuno si è creato della propria vita, fatta di sogni, di immagini frutto della propria fantasia, di film e libri, una visione che poco corrisponde alla realtà.

Una riflessione sul senso di appartenenza, sulla difficoltà di confrontarsi con il dubbio e la diversità, in bilico sulla sottile linea di confine tra apparenza e verità.

 

 

 

Pubblicato il 24 ottobre 2011 in Recensioni     Argomenti:

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